EVENTI

LA COMUNICAZIONE

Torre delle Arti, Bellagio — 2016

Comunicare significa scegliere.

Siamo continuamente attraversati da parole, immagini e informazioni. Ci raggiungono, si sovrappongono, talvolta si contraddicono e inevitabilmente partecipano alla costruzione delle nostre scelte.

Il manichino rivestito di giornali, con la testa racchiusa in uno scatolone, rappresenta l’uomo immerso in questo flusso: un individuo bombardato dalla comunicazione e chiamato a riconoscere, tra molte direzioni possibili, quella che ritiene corretta.

La mostra diventa così un percorso. I profili, il teatro e le stanze interiori conducono progressivamente verso uno spazio mentale nel quale ciò che è stato visto continua a comunicare.

Alla fine del percorso, la parola “comunicazione”, scritta in molte lingue, occupa un grande foglio disteso a terra.

Il visitatore è invitato a fermarsi, osservare, comprendere ciò che il percorso ha lasciato nella propria mente e infine firmare.

La firma non testimonia soltanto una presenza. È un atto di partecipazione.

È in quel momento che il percorso si conclude: lo spettatore entra nell’opera e la comunicazione diventa esperienza condivisa.

IL PERCORSO

Le opere non sono pensate come immagini isolate, ma come passaggi di un unico percorso.

Profili, teatro e stanze interiori accompagnano il visitatore verso uno spazio più intimo, dove la comunicazione ricevuta dall’esterno incontra quella che nasce dentro di noi.

Osservare diventa così un modo per ascoltare ciò che rimane nella propria mente.

L’ATTO DI PARTECIPARE

La firma è il gesto che conclude il percorso individuale del visitatore.

Dopo aver attraversato la mostra, osservato le opere e raccolto ciò che è rimasto nella propria mente, ciascuno è invitato a lasciare il proprio segno.

Non una semplice firma di presenza, ma la scelta consapevole di entrare nell’opera.

L’opera termina quando chi osserva sceglie di entrarvi.

MEDITERRANEO

Sergio Brambillasca e Paolo Levi — Cremona, 2018

Quando il segno incontra la parola.

MEDITERRANEO nasce dall’incontro tra due linguaggi e due generazioni.

Il segno essenziale di Sergio Brambillasca incontra la parola poetica di Paolo Levi. Disegno e poesia procedono insieme, dando vita a 21 composizioni dedicate al Mediterraneo e alle vite che vi si perdono.

Due linguaggi differenti condividono la stessa responsabilità: conservare la memoria e opporsi all’indifferenza.

IL SECONDO OLOCAUSTO

Nel 2018, Mediterraneo definisce “secondo Olocausto” la tragedia delle persone che perdono la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa.

Un’espressione volutamente forte, nata dalla necessità di opporsi all’assuefazione e all’indifferenza di fronte alla perdita di vite umane.

LA TESTIMONIANZA

Il servizio televisivo realizzato a Cremona nel 2018 documenta il progetto Mediterraneo e il significato attribuito allora all’espressione “secondo Olocausto”.

LA STAMPA

Anche ArtsLife documenta il progetto nel 2018 con l’articolo “2° Olocausto: Mediterraneo. Immagini e poesia per non dimenticare, a Cremona”.

IL SEGNO E LA PAROLA

Il dialogo tra Sergio Brambillasca e Paolo Levi prende forma direttamente sull’opera: il segno incontra la parola e due linguaggi diventano una sola testimonianza.

DALLA CREAZIONE ALLA MOSTRA

Il dialogo tra segno e parola, nato dall’incontro tra due artisti, si trasforma in un percorso espositivo.

Le 21 composizioni di Mediterraneo escono dallo spazio della creazione per incontrare lo sguardo del pubblico.

L’opera non si limita a raccontare una tragedia: invita chi osserva a interrogarsi sulla memoria, sulla responsabilità e sul valore di ogni vita umana.

TRASMETTERE LA MEMORIA

La mostra diventa anche luogo di incontro con le nuove generazioni. Le visite degli studenti trasformano la memoria in una responsabilità da trasmettere: conoscere ciò che accade significa anche scegliere di non rimanere indifferenti.

MARILYN — DALL’ARTE ALLA MANIFATTURA SVIZZERA

Arcadia Art Gallery — Milano, Navigli, 30 ottobre 2021

«A Lei — Dall’Arte alla manifattura svizzera». Presentazione del 30 ottobre 2021 con videoproiezioni delle opere di Sergio Brambillasca sulla facciata dell’Arcadia Art Gallery e presentazione della collaborazione con Bereve. La locandina annuncia un intervento del critico d’arte Federico Caloi e indica L’Orologio come media partner.

Copertina della rivista L’Orologio numero 298 agosto settembre 2021
Copertina di L’Orologio, n. 298, agosto/settembre 2021. La collaborazione Sergio Brambillasca–Bereve è documentata a pagina 21.

Un’opera d’arte può uscire dalla tela, attraversare linguaggi differenti e assumere nuove forme senza perdere la propria identità.

È da questa possibilità che nasce l’incontro tra la ricerca artistica di Sergio Brambillasca e la manifattura orologiera svizzera Bereve.

Marilyn diventa così protagonista di un percorso che mette in dialogo pittura, tempo e spazio espositivo.

Locandina A Lei del 30 ottobre 2021
«A Lei — Dall’Arte alla manifattura svizzera». Locandina della presentazione del 30 ottobre 2021 all’Arcadia Art Gallery, Milano Navigli; media partner: L’Orologio.

L’OPERA INCONTRA LA CITTÀ

Il 30 ottobre 2021, all’Arcadia Art Gallery di Milano, Marilyn supera i confini della tela e si proietta sulla facciata della galleria, trasformando l’architettura in spazio espositivo e la città in spettatrice. La serata, accompagnata dall’intervento del critico d’arte Federico Caloi, presenta anche l’incontro tra il linguaggio artistico di Sergio Brambillasca e la manifattura orologiera svizzera Bereve: l’opera non si limita più a rappresentare il tempo, ma entra nel tempo stesso.

QUANDO L’ARTE DIVENTA TEMPO

Marilyn attraversa un nuovo confine: dalla tela al quadrante di un orologio svizzero.

Nella collaborazione con Bereve, il linguaggio pittorico di Sergio Brambillasca conserva la propria identità, ma cambia funzione e dimensione.

Il tempo non è più soltanto ciò che l’orologio misura: diventa lo spazio in cui l’opera continua a vivere.

ARTE, CINEMA E FOTOGRAFIA — L’INCONTRO DEI LINGUAGGI

La presentazione di Marilyn, il 30 ottobre 2021 all’Arcadia Art Gallery di Milano, diventa un incontro tra pittura, fotografia, cinema e manifattura orologiera svizzera.

Il filmato promozionale, diretto da Grazia Lissi, fotografa e giornalista italiana, interpreta attraverso le immagini il passaggio dell’opera dalla tela al quadrante dell’orologio Bereve, trasformando la collaborazione in un racconto visivo.

Alla serata partecipa Giuseppe Caleffi, presidente della Casa Museo Antonio Ligabue di Gualtieri, insieme ad alcuni interpreti del film Volevo nascondermi, dedicato alla vita di Antonio Ligabue e interpretato da Elio Germano.

La presenza di personalità provenienti da differenti ambiti culturali accompagna un progetto nel quale l’opera d’arte non rimane confinata alla propria forma originaria, ma attraversa nuovi linguaggi, luoghi e dimensioni.

Marilyn non viene semplicemente riprodotta su un oggetto: continua il proprio percorso artistico, entrando in relazione con il tempo, con le immagini e con le persone.

SUI PASSI DELLA VIOLENZA— IL CAMMINO DELLA MEMORIA

DOVE NASCE IL CAMMINO

Sui passi della violenza nasce dalla ricerca artistica di Sergio Brambillasca e dalla volontà di affrontare, attraverso il proprio linguaggio, alcune delle ferite più profonde della società contemporanea.

Il progetto prende forma attraverso quattordici opere, concepite come altrettante stazioni di un percorso ispirato alla struttura della Via Crucis. Non si tratta di una rappresentazione religiosa, ma di un cammino attraverso vicende reali nelle quali la violenza ha segnato profondamente la vita delle persone e delle loro famiglie.

La concezione artistica, la realizzazione delle opere, il linguaggio espressivo e la progettazione degli allestimenti appartengono interamente a Sergio Brambillasca.

UNAVI — Unione Nazionale Vittime, presieduta da Paola Radaelli — ha contribuito al percorso itinerante individuando le località nelle quali presentare la collezione.

Le quattordici opere sono nate prima dei testi che le accompagnano. Soltanto successivamente scrittori, attori, giornalisti e altre personalità sono stati invitati a confrontarsi con le immagini e a comporre versi e riflessioni.

Non sono state dunque le parole a generare le opere. Sono state le opere a generare nuove parole.

IL LINGUAGGIO DELL’OPERA

Il linguaggio artistico di Sergio Brambillasca non si esaurisce nella rappresentazione delle figure.

Il perimetro, i profili, gli spazi vuoti e i segni che attraversano la composizione costruiscono un luogo nel quale la realtà viene trasformata in esperienza artistica.

Il perimetro non è soltanto un confine grafico. Definisce uno spazio, un teatro nel quale si svolge una vicenda, ma lascia anche intuire ciò che rimane fuori dalla rappresentazione.

I profili evocano presenze umane, ma possono assumere significati differenti: osservatori, testimoni, responsabilità, assenze o espressioni del dolore.

La loro posizione, il loro orientamento e il rapporto con gli altri elementi dell’opera contribuiscono a determinarne il significato.

Anche il vuoto partecipa alla composizione. Può diventare il luogo della perdita, dell’attesa e della memoria.

In questo linguaggio l’opera non offre necessariamente una risposta. Costruisce una domanda rivolta a chi guarda.

È qui che Sui passi della violenza supera la dimensione della denuncia: non si limita a ricordare fatti accaduti, ma invita a riflettere sulla responsabilità individuale e collettiva.

GLI OCCHI DELLA MORTE

Durante la preparazione di Sui passi della violenza, Sergio Brambillasca affrontò uno dei momenti emotivamente più difficili del proprio percorso artistico.

Lavorando all’opera dedicata all’uccisione dei genitori di Rosita Solano, l’artista volle rappresentare gli occhi della morte.

La morte prendeva le sembianze dell’assassino che, attraversando il paese, si stava recando a compiere un omicidio brutale ed efferato.

Brambillasca iniziò proprio da quegli occhi.

Durante le ore notturne, mentre lavorava nello studio, lo sguardo che stava prendendo forma gli provocò una paura così intensa da spingerlo a chiudere le finestre.

Non era soltanto il turbamento provocato dalla conoscenza di una tragedia. Era il confronto con l’immagine della morte che egli stesso stava facendo emergere attraverso il proprio linguaggio artistico.

L’esperienza fu così profonda che pensò di abbandonare l’intero progetto delle quattordici opere.

Ne parlò con Paola Radaelli, presidente di UNAVI, che lo incoraggiò a proseguire e a portare a termine la mostra.

Brambillasca decise di continuare.

Questo episodio rivela quanto la realizzazione di Sui passi della violenza abbia coinvolto l’artista non soltanto sul piano espressivo, ma anche su quello umano.

L’opera non nasceva dalla volontà di illustrare un fatto di cronaca, ma dal tentativo di trasformare la presenza della morte in un’immagine capace di interrogare chi la osserva.

QUANDO L’IMMAGINE PRECEDE LA CONOSCENZA

Un’altra esperienza significativa riguarda un’opera che Brambillasca faticava inizialmente a concepire.

Per giorni cercò un’immagine capace di rappresentare la vicenda, senza trovare una soluzione che lo convincesse.

Una mattina, dopo essersi lavato, appoggiò un asciugamano sulla vasca da bagno.

In quell’istante gli apparve mentalmente un’immagine precisa: una vasca dalla quale traboccava sangue.

Si recò immediatamente a lavorare all’opera.

Soltanto molto tempo dopo venne a conoscenza di un particolare della vicenda reale: la vittima era stata condotta in bagno e lì uccisa.

Brambillasca ricorda questo episodio come uno dei momenti più sorprendenti della propria esperienza artistica.

Il racconto non pretende di offrire una spiegazione a quella coincidenza. Testimonia piuttosto un processo creativo nel quale conoscenza, memoria e intuizione possono intrecciarsi in modi inattesi.

Per l’artista, la tecnica è lo strumento attraverso il quale l’immagine prende forma. L’opera è ciò che emerge da quel processo, con il pensiero e il significato che contiene.

DITE AI MIEI CHE GLI VOGLIO BENE — L’AMORE È PIÙ FORTE DELLA VIOLENZA

Un ragazzo si trova all’esterno di un bar e sta parlando con i propri amici.

Poco prima, all’interno del locale, un uomo ha litigato con il barista. Uscito dal bar, prende una bottiglia, la rompe e aggredisce il primo ragazzo che incontra, ferendolo mortalmente alla gola.

Gli amici cercano di soccorrerlo.

Il giovane comprende che la sua vita sta finendo. In quell’istante, il suo pensiero non è rivolto all’aggressore, né alla violenza che ha appena subito.

Pensa ai suoi genitori.

«Dite ai miei che gli voglio bene».

Sono queste parole a diventare il centro dell’opera di Sergio Brambillasca.

L’artista sceglie di non rappresentare l’assassino. Sul lato sinistro del perimetro compare soltanto una mano che impugna la bottiglia spezzata e insanguinata.

Per Brambillasca, l’autore di quella violenza non è degno di essere rappresentato all’interno del teatro dell’opera.

Al centro della composizione, davanti alla lapide, due figure si stringono l’una all’altra: sono i genitori del ragazzo, uniti in un dolore al quale non possono sottrarsi.

Accanto a loro compare un angelo.

Ma quell’angelo non è una presenza estranea alla vicenda. È il figlio stesso, al quale l’artista ha voluto dare le sembianze di un angelo.

La sua posizione costruisce una separazione simbolica fra la brutalità del gesto e l’amore che sopravvive alla morte.

Nel teatro dell’opera l’assassino non trova posto. Vi appartengono il figlio e i suoi genitori.

Sul lato destro, il perimetro si trasforma in un profilo umano dal quale scende una lacrima.

Quel profilo rappresenta Sergio Brambillasca.

È l’artista che entra nel proprio lavoro, profondamente coinvolto dalla vicenda e dalla forza delle ultime parole del ragazzo.

Brambillasca, padre a sua volta, racconta di aver sofferto durante la realizzazione dell’opera, immaginando il dolore dei genitori nel ricevere dagli amici del figlio quel suo ultimo messaggio d’amore.

La frase attraversa la parte superiore della composizione, sovrastando ogni altro elemento.

La violenza è confinata a una mano, a una bottiglia e a una traccia di sangue.

L’amore, invece, occupa il centro e il significato dell’opera.

La violenza ha potuto togliere la vita al ragazzo, ma non ha potuto cancellare il suo amore per i genitori.

Nel teatro di Brambillasca, è l’amore a vincere sulla violenza.

Testo poetico di Leonardo Proietti.

L’UOMO E LA CARROZZINA — UNA VITA CAMBIATA DALLA VIOLENZA

Un’aggressione con un coltello cambia per sempre la vita di un uomo.

La vittima sopravvive, ma le ferite riportate la rendono paraplegica, costringendola a utilizzare una carrozzina per muoversi.

Sergio Brambillasca costruisce l’opera attorno a pochi elementi, immersi in uno spazio interamente nero.

Sulla sinistra, un coltello insanguinato rappresenta la violenza che ha provocato la tragedia. Il sangue scende lungo la lama e si raccoglie sul terreno.

Al centro, una figura umana bianca è distesa accanto a una carrozzina.

È l’uomo ferito, che si crogiola nel proprio dolore.

Brambillasca ha scelto di rappresentare l’uomo e la carrozzina separatamente, ma vicini, perché da quel momento diventeranno inseparabili.

La carrozzina non è un semplice oggetto della composizione. È lo strumento che accompagnerà l’uomo per tutta la vita, rendendo possibile il suo movimento.

Sul lato destro compare un profilo segnato da una lacrima, elemento ricorrente del linguaggio dell’artista.

Il significato dell’opera emerge anche dal racconto che Brambillasca rivolge agli studenti durante gli incontri nelle scuole.

L’artista li invita a riflettere sul rapporto amoroso fra due persone.

Nel corso della vita possiamo incontrare qualcuno con cui decidere di condividere il nostro cammino. Una persona con cui parlare, confrontarci, crescere e costruire un progetto comune.

È una relazione che nasce dalla libertà di scegliere e di immaginare un futuro insieme.

Nell’opera, invece, l’uomo si trova davanti a un legame che non ha scelto: quello con uno strumento diventato indispensabile a causa della violenza subita.

Il confronto non nega la possibilità di amare o di essere amati dopo una lesione permanente. Sottolinea la differenza fra un rapporto liberamente scelto e una condizione imposta da un’aggressione.

L’uomo e la carrozzina diventano così due presenze inseparabili. Nel teatro dell’opera, il loro legame rappresenta una condizione imposta dalla violenza, in contrasto con i rapporti umani che ciascuno dovrebbe poter scegliere liberamente.

Il coltello insanguinato rappresenta un gesto compiuto in pochi istanti.

L’uomo e la carrozzina rappresentano conseguenze destinate a durare per tutta la sua esistenza.

È in questo contrasto che Sergio Brambillasca costruisce il significato dell’opera: un atto di violenza può durare un istante, ma trasformare irreversibilmente il futuro di una persona.

Testo poetico di Aldo Claris Appiani.

PALAZZO PIRELLI — L’INIZIO DEL PERCORSO

2022 — Premio Mede@

Nel 2022 Sergio Brambillasca riceve il Premio Mede@. La motivazione riportata sulla targa è: «Per il Tuo sforzo continuo alla lotta contro la violenza di genere ed in genere». Il riconoscimento documenta l’impegno dell’artista sul tema della violenza, al centro anche del progetto Sui passi della violenza.

Nel maggio del 2022 Sui passi della violenza viene presentata per la prima volta al Palazzo Pirelli di Milano.

È la prima esposizione pubblica della collezione e l’inizio del suo percorso itinerante.

Le quattordici opere costituiscono un insieme unitario. Ogni stazione possiede una propria identità, ma acquista ulteriore significato nella relazione con le altre.

L’allestimento è parte integrante della ricerca dell’artista: non soltanto la disposizione delle opere, ma la costruzione di un cammino nel quale il visitatore viene invitato a osservare, fermarsi e riflettere.

Proprio durante questa prima esposizione avviene uno degli incontri che Brambillasca ricorda con maggiore emozione.

La madre di Michele Ruffini si avvicina all’artista, lo abbraccia e gli dice:

«Grazie Sergio per aver fatto questa mostra, perché la gente si ricorderà di mio figlio».

Quelle parole racchiudono uno dei significati più profondi del progetto.

La mostra non può modificare ciò che è accaduto, ma può contribuire a mantenere presenti le persone dietro le vicende di violenza.

In quell’abbraccio, la memoria cessa di essere soltanto il tema di un’opera e diventa una responsabilità umana.

PAVIA — QUANDO UN’OPERA INCONTRA UNA PERSONA

Nell’ottobre del 2022 la mostra raggiunge il Broletto di Pavia.

Durante una visita scolastica, Sergio Brambillasca accompagna un gruppo di studenti attraverso il percorso delle quattordici opere, raccontandone le vicende e il significato.

Nella seconda sala, davanti all’opera dedicata al bullismo, una studentessa comincia a piangere.

L’insegnante si avvicina, la abbraccia e si commuove a sua volta.

L’artista assiste alla scena.

Non conosce le ragioni personali di quella reazione e non cerca di attribuirle un significato che non può sapere.

Comprende però che l’opera ha provocato un incontro autentico fra ciò che ha rappresentato e chi lo osserva.

In quel momento l’arte ha suscitato emozione, vicinanza e ascolto.

MAGENTA — SUI PASSI DI BRAMBILLASCA

Un’altra esperienza significativa si sviluppa a Magenta.

Dopo aver visitato Sui passi della violenza, alcuni studenti realizzano nove lavori artistici ispirati alle opere e al linguaggio di Sergio Brambillasca.

I lavori vengono successivamente trasmessi all’artista con un titolo già presente:

«Sui passi di Brambillasca».

Nei loro elaborati compaiono elementi riconoscibili della ricerca dell’artista: il perimetro, i profili, la presenza delle figure umane e il rapporto fra spazio e segno.

Questi elementi vengono reinterpretati attraverso la sensibilità dei ragazzi, che costruiscono immagini e messaggi contro la violenza.

Gli studenti non si limitano a osservare le opere.

Ne raccolgono il linguaggio e lo utilizzano per esprimere un pensiero personale.

L’esperienza dimostra come un progetto artistico possa generare nuove forme espressive attraverso le persone che lo incontrano, senza modificare la paternità delle opere originali.

PORTOFERRAIO — LA MEMORIA DI LORENZO CLARIS APPIANI

Nel maggio del 2023 Sui passi della violenza raggiunge Portoferraio, sull’Isola d’Elba.

Presso l’Istituto Foresi, Sergio Brambillasca incontra gli studenti e racconta il significato delle quattordici opere.

In questa occasione realizza anche una targa con parole da lui stesso composte, dedicata alla memoria di Lorenzo Claris Appiani, l’avvocato ucciso nella strage del Palazzo di Giustizia di Milano del 9 aprile 2015.

La targa viene collocata nell’aula scolastica dedicata a Lorenzo.

È un gesto che collega due mondi apparentemente lontani: quello della scuola, rivolto al futuro, e quello di una tragedia che appartiene al passato.

Attraverso quella presenza, la memoria di Lorenzo viene affidata anche ai giovani.

UN’OPERA IN CAMMINO

Dopo la prima presentazione al Palazzo Pirelli, Sui passi della violenza prosegue il proprio percorso attraverso numerose località italiane.

La collezione raggiunge, fra le altre, Celle Ligure, Forte dei Marmi, Pavia, Rho, Vedano al Lambro, Magenta, Ferrara, Palazzolo sull’Oglio, Portoferraio, Chioggia, Lissone, Carpaneto Piacentino, Nerviano e Landriano.

Il progetto viene presentato anche in sedi istituzionali, fra cui il Senato della Repubblica e Palazzo Lombardia.

Nel corso di questi appuntamenti Brambillasca incontra rappresentanti delle istituzioni, familiari delle vittime, insegnanti, studenti e cittadini.

Ogni luogo aggiunge una nuova esperienza al percorso.

Le quattordici opere rimangono le stesse, ma le persone che le osservano portano domande, ricordi e reazioni differenti.

La collezione mantiene la propria unità artistica, mentre il cammino continua ad arricchirsi di testimonianze umane.

ALBERTA CLARIS APPIANI — IL DESIDERIO DI PORTARE LA MEMORIA IN TRIBUNALE

Una delle tappe più significative del percorso riguarda il Palazzo di Giustizia di Milano.

Da tempo Alberta Claris Appiani, madre di Lorenzo Claris Appiani e avvocato, desidera portare Sui passi della violenza all’interno del Tribunale.

È Alberta stessa a prendere contatto con Sergio Brambillasca.

Il suo desiderio nasce anche dalla volontà di mantenere viva la memoria del figlio, ucciso proprio in quel Palazzo nel 2015.

Per Alberta, portare la mostra in quel luogo significa riportarvi una testimonianza di memoria.

Non è soltanto una nuova esposizione.

È il tentativo di impedire che il nome di Lorenzo, insieme a quello delle altre vittime, venga progressivamente dimenticato.

L’iniziativa incontra il significato del progetto di Brambillasca, nel quale il ricordo delle persone costituisce una parte essenziale del lavoro artistico.

IL PALAZZO DI GIUSTIZIA DI MILANO — DICEMBRE 2025

Nel percorso che conduce alla mostra al Palazzo di Giustizia assume un ruolo importante il magistrato Ilio Mannucci Pacini.

I contatti fra lui e Sergio Brambillasca contribuiscono a rendere possibile l’esposizione della collezione all’interno del Tribunale.

Nel dicembre del 2025 Sui passi della violenza viene presentata al Palazzo di Giustizia di Milano.

Sergio Brambillasca progetta e realizza personalmente l’allestimento insieme ai figli Simone e Gabriele.

Le quattordici opere entrano così in un luogo nel quale il tema della giustizia non è astratto, ma appartiene alla storia stessa dell’istituzione.

Il percorso artistico, nato dalla riflessione sulla violenza e sulla memoria, incontra il luogo nel quale una delle tragedie raccontate si è realmente consumata.

IL TELO DELLA MEMORIA — QUANDO IL PUBBLICO ENTRA NELL’OPERA

Nel dicembre 2025, in occasione della mostra Sui passi della violenza al Palazzo di Giustizia di Milano, Sergio Brambillasca introduce un nuovo elemento nel percorso espositivo: un grande telo sul quale i visitatori sono invitati a lasciare la propria firma.

È la prima volta che questo gesto partecipativo viene proposto all’interno del progetto.

Il telo non è un semplice registro delle presenze. Diventa parte dell’esperienza artistica, uno spazio nel quale ogni visitatore può lasciare una traccia concreta del proprio incontro con le quattordici opere.

Le firme testimoniano la presenza delle persone, la loro partecipazione e il desiderio di contribuire alla memoria delle vittime.

Attraverso questo gesto, il pubblico non si limita più a osservare: entra simbolicamente nel percorso artistico.

Le firme non modificano la paternità delle quattordici opere, che appartiene interamente a Sergio Brambillasca, ma aggiungono una dimensione partecipativa alla mostra.

Il telo custodisce così la memoria di coloro che hanno attraversato quello spazio.

È un’espressione del linguaggio dell’artista: l’opera nasce da una visione individuale, ma il suo significato può continuare a svilupparsi attraverso l’incontro con gli altri.

La realtà entra nell’opera. L’arte la restituisce come domanda.

9 APRILE 2026 — L’AULA DELLA MEMORIA

L’undicesimo anniversario della strage del Palazzo di Giustizia di Milano, avvenuta il 9 aprile 2015, segna un ulteriore momento nel percorso artistico di Sergio Brambillasca.

Il 9 aprile 2026, durante la commemorazione delle vittime, l’opera di Sergio Brambillasca «La negligenza ha fucilato tre uomini» trasforma simbolicamente l’Aula 2 del Palazzo di Giustizia di Milano nell’Aula della Memoria.

Attraverso il proprio linguaggio artistico, Brambillasca contribuisce a dare a quello spazio una nuova identità: non più soltanto un’aula di giustizia, ma un luogo nel quale l’arte custodisce la memoria delle vittime e interroga le responsabilità delle istituzioni.

«La negligenza ha fucilato tre uomini».

L’opera appartiene alla collezione Sui passi della violenza ed è dedicata alle tre persone uccise nella strage.

La composizione non si limita a rappresentare la tragedia. Attraverso il linguaggio artistico di Brambillasca, affronta il tema della responsabilità e dell’assenza delle istituzioni nel momento in cui sarebbe stata necessaria la loro protezione.

Al centro compare un portale nero.

Non è una porta generica: rappresenta il metal detector attraverso il quale passò Claudio Giardiello, senza che nessuno riuscisse a fermarlo.

Le tre figure inginocchiate rappresentano le persone uccise.

L’artista le raffigura in quella posizione perché non avevano alcuno strumento per difendersi.

Il termine fucilati, presente nel titolo, sottolinea proprio questa condizione di assoluta vulnerabilità.

La bandiera italiana rappresenta le istituzioni e la loro responsabilità.

La fascia nera, presente all’interno del tricolore e sugli occhi dei profili rivolti verso l’esterno, simboleggia la cecità delle istituzioni.

Quei profili non guardano verso il teatro della tragedia: sono bendati e rivolgono lo sguardo altrove, proprio nel momento in cui avrebbero dovuto vedere, intervenire e proteggere.

Sul lato opposto, i profili urlano il dolore delle conseguenze di quella negligenza.

L’opera costruisce così un contrasto fra la cecità di chi avrebbe dovuto vigilare e la sofferenza di chi ne ha subito le conseguenze.

Il portale, le figure inginocchiate, la bandiera e i profili non sono elementi decorativi. Ognuno partecipa alla costruzione del significato dell’opera.

Il perimetro racchiude il teatro della tragedia, mentre il linguaggio artistico trasforma un avvenimento reale in una domanda sulla responsabilità.

L’opera non si limita a ricordare tre persone uccise. Interroga ciò che avrebbe dovuto proteggerle e non lo ha fatto.

È questa la negligenza alla quale Sergio Brambillasca attribuisce il significato del titolo.

Accanto alla composizione sono presenti le parole di Alberta Claris Appiani.

Nell’Aula della Memoria viene collocata una riproduzione dell’opera originale, autorizzata e autenticata da Sergio Brambillasca.

L’originale rimane nella collezione di esclusiva proprietà dell’artista, affinché le quattordici opere possano continuare a essere presentate insieme nei futuri percorsi espositivi.

Questa scelta permette all’immagine di essere presente nel luogo della memoria senza interrompere l’unità della collezione.

La cerimonia dello svelamento è documentata da un servizio video di alanews, che testimonia gli interventi legati alla commemorazione e la presentazione dell’opera.

L’arte entra così in uno spazio istituzionale e contribuisce a mantenerne viva la memoria.

LE PERSONE DENTRO L’OPERA

Ripercorrendo la storia di Sui passi della violenza, emerge un elemento costante.

Le persone non sono semplicemente il soggetto delle opere.

Entrano nel percorso attraverso le loro testimonianze, le emozioni, gli incontri e le azioni che nascono dopo averle osservate.

La madre di Michele Ruffini che, alla prima esposizione al Palazzo Pirelli, ringrazia perché suo figlio sarà ricordato.

La ragazza di Pavia che piange davanti all’opera sul bullismo.

L’insegnante che la abbraccia.

Gli studenti di Magenta che trasformano il linguaggio di Brambillasca in nuove immagini.

I giovani di Portoferraio che incontrano la memoria di Lorenzo Claris Appiani.

Alberta Claris Appiani che desidera portare la mostra nel luogo in cui suo figlio ha perso la vita.

Simone e Gabriele che affiancano il padre nell’allestimento al Palazzo di Giustizia.

Sono esperienze differenti, ma unite dalla stessa idea: un’opera può continuare a vivere attraverso le persone che incontra.

L’artista crea le opere, ma non può prevedere tutte le domande e le emozioni che nasceranno davanti a esse.

È proprio in questa relazione che il lavoro acquista un significato ulteriore.

IL PASSATO È LA SCUOLA DI UN FUTURO NON SCRITTO

Sui passi della violenza nasce per trasformare vicende reali in opere capaci di interrogare chi le osserva.

Le quattordici opere sono il risultato della ricerca e del linguaggio di Sergio Brambillasca.

Le testimonianze incontrate lungo il percorso non ne determinano la paternità artistica, ma ne ampliano la dimensione umana.

L’arte non cancella la violenza.

Non restituisce le vite perdute e non può eliminare il dolore delle famiglie.

Può però creare uno spazio nel quale quel dolore venga ascoltato e la memoria trovi nuove persone disposte a custodirla.

Il progetto attraversa città, scuole e istituzioni, ma soprattutto attraversa esperienze umane.

Le quattordici opere rimangono il punto di partenza.

Ciò che nasce intorno a esse dimostra che il cammino può continuare anche oltre la presenza dell’artista.

È in questo senso che acquista valore una delle frasi centrali della ricerca di Sergio Brambillasca:

«Il passato è la scuola di un futuro non scritto».

Il passato non può essere cambiato.

Ma il futuro dipende anche da ciò che scegliamo di ricordare.

Sergio Brambillasca